Nome: Ludwig D’Arras.
Professione: Mago.
Età: 23 Anni.
Allineamento: Neutrale.

Caratteristiche Fisiche: Ludwig è un ragazzone di circa 1,90m di altezza e circa 90Kg di peso. Fisico ben definito, asciutto e muscoloso. Capelli lunghi, a volte raccolti in una lunga coda altre lasciati cadere liberamente sulle spalle, castani scuro. Occhi color del ghiaccio. Barba di media lunghezza, sempre ben curata.

Caratteristiche Psicologiche/Caratteriali: E’ un ragazzo altamente diffidente e silenzioso, ed in quanto tale preferisce la solitudine alla compagnia. Ogni suo comportamento è dettato sempre dalla sua etica personale, nonché dalla situazione in cui si trova. Freddo e calcolatore, ma non malvagio. Altamente combattivo, difficilmente dedito all’arrendersi.

Storia Personale:
Ludwig viene al mondo in una soleggiata giornata estiva, in un piccolo villaggio in una terra lontana e remota, in una famiglia di umili origini, da padre contadino e madre sarta.
Sin dalla tenera età iniziò ad apprendere il mestiere di contadino, accompagnando suo padre nei campi ed affiancandolo nelle dure giornate di lavoro, per quanto gli fosse possibile vista la sua tenera età, sotto la pioggia battente e sotto il sole cocente, fino al calar del sole.
I giorni si alternavano in rapida successione, trasformandosi in mesi, i quali a loro volta si tramutavano in anni. Ludwig, grazie al lavoro manovale nei campi, cresceva sempre più grande e robusto, superando in statura e stazza anche suo padre. Le sue giornate erano scandite dalle ore di lavoro, alternate ai rari momenti di riposo, in cui si sdraiava all’ombra di un albero con la schiena poggiata al grande ed antico tronco nodoso, e con uno stelo d’erba appena stretto tra le labbra, sognava di grandi avventure, caratterizzate dall’assidua presenza di eroi, principesse, draghi e grandi tesori, come ogni favola che si rispetti.
La sua vita, dunque, procedeva in modo piatto, e, nel caso in cui la si volesse definire in modo più preciso, si potrebbe definirla assolutamente monotona. Fino ad un preciso momento, quello in cui la sua vita avrebbe preso una svolta del tutto inaspettata e si sarebbe stravolta al di la di qualunque immaginazione…
Era un giorno come tanti altri, Ludwig era sdraiato sul retro del vecchio e sgangherato carro, adagiato tra i sacchi contenenti il frutto del duro lavoro dell’intera giornata, col solito filo d’erba appoggiato sulle labbra, mentre guardava la strada dissestata dalla quale si alzava una fitta nube di polvere a causa del passaggio del cigolante carro, mentre il padre sedeva a cassetta, tenendo quasi svogliatamente le redini della vecchia giumenta che trainava il loro trabiccolo malandato.
Tutto accadde troppo rapidamente…Le frecce che con un tonfo sordo si andavano piantando sul lato del cassettone del carro, urla, nitriti nervosi della giumenta, scossoni improvvisi, ed infine un secco strattone, la faccia immersa nella polvere e l’intero corpo che gridava dal dolore a causa della brusca caduta.
Venne tirato in piedi da una mano, che più che una mano sembrava una morsa da fabbro per via della sua durezza e fermezza, che lo prese con decisione dalla collottola, sollevandolo con violenza dal terreno polveroso. Briganti. La prima parola che gli balenò in mente non appena la vista gli si schiarì e mise a fuoco la scena che gli si profilava dinanzi, briganti.
Poco più a destra di dove si trovava lui in quel momento vide due energumeni, vestiti con abiti logori e pezzi vari di armatura in cuoio ormai consunti, che spintonavano con violenza suo padre fino a farlo rovinare a terra in malo modo.
I ricordi di Ludwig di quel preciso momento si fanno ora più frammentati ed irreali, ricorda soltanto grida, grida che provengono dalla sua bocca, o almeno così gli sembra di ricordare, che via via si fanno sempre più acute e penetranti, e poi fiamme, seguite da uno strano lezzo, che poi, successivamente ricorderà bene quando si ritroverà dinanzi un corpo umano carbonizzato, caratterizzato dall’odore acre e pungente della carne bruciata. Poi il nero, seguito da un tonfo sordo ed un dolore lancinante e penetrante alla parte occipitale del cranio. Seguito dal niente.
Al risveglio, o più precisamente, al risveglio più doloroso di tutta la sua vita, si ritrovò lungo disteso nel fieno, la testa che pulsava fino a stordirlo, un sapore amarognolo gli infestava la bocca e faceva fatica a mantenere gli occhi aperti ed uno stato vigile. Restò lungo disteso per un tempo che gli parve infinito, fino a che non riuscì a trovare le forze nonché il coraggio per tirarsi su a sedere, al fine di riuscire a capire dove si trovasse e soprattutto che cosa fosse successo. Si trovava in un fienile, e più precisamente nel fienile della sua famiglia, quello appena dietro la sua casa. Raccolse le forze e alzandosi con non pochi sforzi, si incamminò in modo ancora instabile verso l’uscita del fienile, per poi dirigersi verso casa.
Sua madre era nella veranda della vecchia e malconcia casa, seduta sull’ormai consunta sedia a dondolo in vimini intenta a rattoppare una giubba in cuoio orami lisa dal tempo e dall’utilizzo. Suo padre, nel piccolo giardino posto davanti l’abitazione, cupo in volto, era intento a parlare in modo molto accalorato con un uomo dall’aspetto giovane e dalle vesti sgargianti, di fattura quasi aristocratica.
Non appena il piccolo Ludwig entrò nel loro campo visivo, suo padre abbandonò immediatamente la conversazione con lo sconosciuto e si avviò con passo deciso verso di lui.
Tutte le tue poche cose sono in quella sacca posta ai piedi dei gradini della veranda, andrai via con questo signore. Non c’è posto per un mostro come te, te ne devi andare”.
Tutto accadde troppo rapidamente. Mentre un Ludwig immobile, ancora scosso dall’utopia della situazione e cercando di trovare un senso logico a tutto quello che stava accadendo fissava il vuoto, lo sconosciuto si chinò a raccogliere la sacca contenente i pochi averi dell’ormai orfano, e dopo essersi congedato dai due genitori, prese con decisione ma delicatezza il braccio del piccolo, avviandosi lontano da quella che un tempo ormai troppo lontano Ludwig aveva chiamato casa.
Poco dopo qualche ora, su ferrea insistenza del piccolo, il suo sconosciuto compagno di viaggio (che si presentò col nome di Jair) gli raccontò l’accaduto, ciò che lo aveva fatto allontanare in modo così brusco e con parole taglienti come il filo di una spada da suo padre, dalla sua famiglia, dalla vita che conosceva. A sua insaputa, guidato solo dalla rabbia cieca scatenata dalle percosse dei due briganti ai danni del suo povero padre, aveva esercitato l’arte arcana, allo stato più primitivo e grezzo, senza controllo, uccidendo in modo crudele i tre aguzzini.
Gli ci volle del tempo, che trascorse in totale silenzio e completamente assorto nei suoi pensieri, per metabolizzare e cercare di accettare quello che era accaduto e quello che gli si profilava davanti…Una nuova vita…All’accademia di Magia di Enderet.
Dopo un primo breve periodo di reclusione personale e chiusura in se stesso, il piccolo Ludwig, col passare del tempo, accettò la situazione e si gettò a capofitto nello studio e in quella che ormai aveva accettato essere la propria vita, scendendo a patti con quelli che possono essere definiti “i propri demoni interiori” relativi al passato.
I giorni trascorrevano lieti, tra lo studio della disciplina Arcana e delle altre dottrine impartite dall’Accademia e le battute di caccia con quelli che lui ormai definiva Amici.
All’età di appena 20 anni ci fu la seconda svolta, del tutto inaspettata e forse ancora più peggiore della prima, nella vita dell’ormai cresciuto Ludwig.
Scoppiò una guerra, una guerra di proporzioni inimmaginabili, che vedeva contrapporsi la gente di quelle lande remote ad un essere abominevole, alla guida di un esercito demoniaco. La guerra, la morte, la carestia, la pestilenza scandirono ogni singolo giorno di quei quasi 6 mesi ormai lontani, ma ancora ben impressi nella mente del giovane Ludwig, fino a quando l’ultimo baluardo posto a difesa di quelle terre dalla minaccia demoniaca riuscì a respingere l’invasione, ma a caro prezzo.
Tutto ormai era distrutto, tutti i suoi amici erano ormai dispersi, probabilmente morti durante quella tragica guerra. Anche quella sua nuova vita era giunta al termine ormai.
A lungo rimase a vagare tra le ormai rovine fumanti di quella che un tempo lui aveva considerato la sua città, ed a lungo aiutò i superstiti a erigere pire funerarie per i caduti, salutandoli interiormente uno per uno.
Quando nulla più oramai lo teneva legato a quel posto decise di mettersi in viaggio. Giunto sulla sommità dell’altura che dominava la ormai caduta città sul versante Sud volse lo sguardo in direzione del macabro spettacolo, e con gli occhi fissi sulle fiamme che fino a pochi giorni prima avevano divorato tutto ciò che lui conosceva con cupidigia ed avidità e che ora erano ridotte ad un pietoso ammasso di braci e ceneri, e con le narici ancora impregnate del lezzo di carne bruciata e fumo acre, il suo ultimo pensiero andò a quelli che un tempo erano stati i suoi più cari amici, a tutte le avventure con loro vissute ed a tutte le cose che grazie a loro aveva imparato, con la promessa a se stesso ed a loro che non avrebbe mai dimenticato nulla, e soprattutto che non avrebbe mai dimenticato loro, qualsiasi cosa fosse successa e qualsiasi strada avesse preso la sua vita.
Così, con il cuore colmo di malinconia e la mente invasa da ricordi di momenti felici oramai andati, si voltò e riprese il suo cammino, del tutto ignaro che il suo lungo pellegrinare lo avrebbe condotto in nuove terre, quelle di Sosaria.