Era una notte fredda. Una nebbia sottile avvolgeva il cimitero e il silenzio era rotto dal verso dei corvi e dal crepitio degli alberi morenti. Il rintocco della campana segnava la mezzanotte, mentre una figura avvolta dalle tenebre attraversava i cancelli dell'ultima dimora. Passo dopo passo calpestava le tombe, il volto chino, come alla ricerca di qualcosa; l'ultimo rintocco, poi un silenzio innaturale, come se il tempo si fosse fermato.
L'ombra alzò lentamente il capo, allargò le braccia e fluttò oltre un un sepolcro: senza indugio proseguì verso un angolo desolato del cimitero, levitando al di sopra di quei pochi fili d'erba che cercavano come disperati di raggiugere un bagliore della luce lunare.
Alta e piena, la luna comparve da dietro le nuvole, lasciando visibile una lastra di pietra che giaceva nel fango: la figura ammantata la sollevò e con gesto rivelò il nome inciso: un ghigno comparve sul volto spettrale che iniziò a mormorare una lenta litania, un freddo richiamo dalla morte. "Vieni a me. Ergiti e torna a percorrere le strade dei mortali".

Il buio lo circondava, un dolce abbraccio gelido dal quale veniva strappato. Quasi riluttante scavò la via verso la superficie: quella voce sembrava trascinarlo con la forza fuori dalla sua accogliente fossa.
Si erse sul suo giaciglio e si guardò intorno: il mormorio che lo richiamava si era ammutolito e nulla sembrava muoversi attorno a sè.
Volse lo sgaurdo sotto di lui, raccolse la lapide sudicia e lesse il suo nome: d'un tratto sentì ancora quel sussurro "Il mio debito è ora ripagato. Va ora, e vaga per queste terre finchè non verrà il momento per noi di ricongiungerci".
Lasciò andare la lastra e quando questa tocco terra il tempo sembrò riprendere il suo corso.
I corvi gracchiarono in coro, spiccando il volo al passaggio di quello che in passato poteva esser stato un uomo, e che lentamente, quasi trascinandosi, oltrepassava i vecchi cancelli che fino a quel momento avevano custodito le sue spoglie.